Irpinia Run 2026
Irpinia Run 2026
Esiste una teoria scientifica mai pubblicata perché gli scienziati, dopo averla verificata, si sono messi a mangiare. La teoria dice che in Irpinia le montagne non sono montagne. Sono anziani seduti. Da secoli stanno lì, con i gomiti appoggiati alle nuvole, a guardare gli uomini agitarsi inutilmente. Li hanno visti inventare la ruota, il motore a scoppio, internet, i social, i monopattini elettrici e persino il brunch. A quest’ultimo, pare, abbiano reagito con una frana di moderata disapprovazione. Un giorno, da lontano, si sente un tuono. Sono le Harley-Davidson. Arrivano in formazione. Cromature che riflettono il sole come se il sole avesse deciso di farsi pubblicità. Giubbotti di pelle. Occhiali neri. Barbe che sembrano avere una personalità giuridica. Teschi cuciti ovunque, perché non si sa mai quando un femore possa diventare un accessorio di moda. Sfilano solenni. Le montagne li osservano. Una quercia sbadiglia. Un falco cambia ramo per sentire meglio. Un cinghiale sospira: «Eccoli.» I motociclisti parcheggiano con la precisione di un rito tribale. Si guardano intorno. Cercano il panorama perfetto. Il panorama, nel frattempo, li sta già giudicando. Poi compare lei. Una signora di ottant’anni. Un metro e cinquanta di statura. Grembiule a fiori. Lo sguardo di chi ha cresciuto figli, nipoti, galline e probabilmente anche qualche sindaco. «Avete fame?» È una domanda retorica. Nessuno, in Irpinia, sopravvive a quella domanda. Alcuni di loro provano a opporre resistenza. «No grazie, abbiamo fatto colazione.» La signora annuisce. Come si annuisce davanti a uno che sostiene che la Terra sia piatta. «Sedetevi.» Non è un invito. È una legge naturale. Dopo venti minuti, il più truce del gruppo sta chiedendo la ricetta delle lagane. Quello più fico vuole sapere dove comprare il caciocavallo. Il più duro di tutti sta accarezzando un gatto che ha deciso di adottarlo senza compilare alcun modulo. Le Harley, parcheggiate, sembrano confuse. Erano partite per cercare la libertà. Hanno trovato il ragù. Le montagne sorridono con lentezza geologica. Perché conoscono il segreto. La vera cilindrata dell’Irpinia non si misura in centimetri cubici. Si misura in tavolate. In bicchieri riempiti senza chiedere. In pane spezzato. In storie raccontate tre volte, ogni volta un po’ più vere. Qui l’ospitalità è una forma di guerriglia gentile. Non ti conquista. Ti circonda. Entri per bere un caffè. Esci con due bottiglie di vino, una sporta di pomodori, il numero di telefono del nipote della vicina e la promessa solenne che tornerai per la festa del paese, anche se ancora non sai quando sarà. E ci torni davvero. Perché l’Irpinia è una trappola. L’unica trappola al mondo dalla quale nessuno desidera liberarsi. Le montagne lo sanno. Per questo non rincorrono nessuno. Aspettano. Prima o poi, tutti quelli che hanno confuso il rumore con la felicità passano di qui. E scoprono, con un certo imbarazzo, che il silenzio sa ridere molto più forte.
I nostri irpini: Gerardo Vitale, Giovanni Damiano, Franca gonnella Pietro Sarni, Benito Ciccone, Rosario bove, Salvatore Calabrese sono gli artefici di questa giornata. Per loro l’ospitalità trova proprio qui la sua espressione più autentica: “Per questo tempo appartieni a questo luogo, fai parte della nostra storia.” È un gesto semplice, profondo, perché riconosce nell’altro non un estraneo, ma una possibilità di incontro. Ogni posto apparecchiato è una dichiarazione di fiducia nel mondo. gli uomini smettono, almeno per un momento, di essere professioni, ruoli, titoli o numeri. Tornano semplicemente a essere persone.
Grazie a tutti voi che avete partecipato, grazie a tutti!








