Run della Capitale 2026

Un raduno HOG non è un viaggio. È una migrazione stagionale di bisonti cromati convinti di essere farfalle.

Ci si ritrova di primo mattino in un parcheggio. C’è sempre uno che arriva un’ora prima, uno che ha già finito il primo caffè corretto, uno che lucida ancora il serbatoio. Tutti sorridono. Nessuno ha ancora capito che il sole, appollaiato sull’orizzonte, li sta osservando con l’entusiasmo di un piromane davanti a un bosco.

Partiamo. Il PWR UP è in formazione. Il rombo è quello di un terremoto che ha preso lezioni di musica. Le case si svegliano, i cani abbaiano, i bambini salutano, gli anziani scuotono la testa come se stessero assistendo all’ennesima invasione barbarica. Hanno ragione.

Dopo mezz’ora il caldo ci assale con la delicatezza di un interrogatorio fiscale.

Il vento non rinfresca. Il vento cucina. È un gigantesco asciugacapelli industriale alimentato direttamente dal nucleo terrestre. Ti entra nelle maniche, nel casco, nei polmoni e ti asciuga perfino i ricordi d’infanzia.

Il gruppo procede compatto. Da lontano sembriamo un branco di mammut meccanici in cerca di una glaciazione che, purtroppo, si è estinta migliaia di anni fa.

Ogni sosta è una conferenza scientifica sul sudore, un congresso internazionale sulla disidratazione. “Fa caldo.” “No, oggi è umido.” “Secondo me sono quarantadue.” “Il navigatore segna trentotto.” “L’ombra è morta alle undici.”

Le H.D., intanto, sembrano divertirsi. I motori pulsano soddisfatti, irradiando sulle gambe una quantità di calore che dovrebbe essere soggetta ad autorizzazione ministeriale.

Le cicale hanno organizzato il servizio d’ordine. Ogni albero ospita un coro greco di insetti isterici che commenta il nostro passaggio. “Eccoli!” “Guardali!” “Sì, quelli che hanno scelto luglio!” Una ride così forte che perde un’ala. Poi arrivano gli insetti veri. Non quelli filosofici, quelli suicidi. Falene, moscerini, coleotteri, creature che la zoologia non ha ancora classificato. Tutti sembrano aver firmato un patto cosmico: “Moriremo, ma lo faremo sul parabrezza della tua moto. Nel casco i pensieri cominciano a evaporare.

Roma compare all’orizzonte come fanno gli imperi: lentamente, con un certo gusto teatrale.

Il PWRUP entra nella città eterna come una legione che aveva sostituito i cavalli con tonnellate di ferro. I turisti fotografano. I piccioni decollano in formazione. Le statue sembrano voltarsi appena per controllare che quel rumore non fosse il Colosseo che aveva finalmente deciso di mettersi in moto.

Entriamo in Concessionaria come un branco di balene arenate volontariamente. C’è l’organizzazione ad accoglierci con granite, angurie e acqua, amici che riconosci non dalla faccia, ma dal rumore dello scarico.

Le cronache ufficiali parleranno del Run della Capitale. Mentono. Fu la Grande Transumanza del Ferro Lucido. Da ogni angolo della penisola partirono tribù di cavalieri cromati: i Custodi del V-Twin, i Fratelli della Brugola da Mezzo Pollice. Si riconoscevano da lontano. Non tanto per il rombo, quanto per quell’aria di uomini e donne convinti che mille chilometri sotto il sole fossero un’ottima idea. Il sole, naturalmente, aveva accettato la sfida. Non brillava. Interrogava.

E fu il giardino dello Sheraton dove gli alberi custodivano il giardino come vecchi legionari finalmente in pensione. Le luci disegnavano riflessi sulle cromature e, improvvisamente, ogni moto sembrava una creatura mitologica addormentata dopo aver attraversato continenti di catrame bollente. Poi arrivarono loro: le performer.

Comparvero tra la musica e le luci con la naturalezza di apparizioni pagane. Danzavano come se la gravità fosse solo un’opinione. Sembravano sacerdotesse di un’antica religione dedicata al ritmo, al movimento e alla gioia di stare insieme

Il DJ prese possesso della notte. Le prime note uscirono dalle casse e Roma, per qualche ora, dimenticò di essere la capitale degli imperatori. Diventò la capitale dei motori.

Si brindava, si rideva, si raccontavano imprese che, nel giro di un paio di drink, erano già diventate leggende. I cinquanta chilometri sotto il sole diventavano cinquecento. Le soste si trasformavano in battaglie. Un semplice sorpasso assumeva il valore tattico dello sbarco in Normandia. Ogni gruppo aveva il proprio cantastorie. Ogni tavolo il proprio filosofo.

Ogni H.D. il proprio custode pronto a spiegare, senza che nessuno glielo chiedesse, perché quel rumore fosse diverso da tutti gli altri.

Calarono le tenebre e in quel momento fu ancora una volta chiaro che un run HOG non era fatto di acciaio, benzina o cavalli. Era costruito con un materiale molto più raro: la voglia, del tutto irrazionale, di attraversare mezza Italia per ritrovarsi a ridere insieme, raccontarsi la stessa strada in cento versioni diverse, come se ogni viaggio non fosse, in fondo, l’ennesima splendida scusa per sentirsi parte della stessa, rumorosissima tribù.

Un ringraziamento speciale agli organizzatori: il Forum Roma Chapter con il suo Director Paolo Ricci, a tutti i volontari che si sono squagliati per noi; al corpo della Polizia Municipale di Roma che ci ha condotto per le antiche vie in tutta sicurezza e senza arrestarci; un grazie a tutti i partecipanti. E basta così. Alla prossima avventura.